Back in the saddle - Lezioni Online - Considerazioni (Parte 2)

PARTE 2

Considerazioni personali e didattiche

Sembrerà una considerazione ovvia e banale, ma la prima sensazione che ho avuto non appena ho iniziato le lezioni online è che si sarebbe trattato di una modalità di studio e lavoro completamente diversa a quella a cui ero abituata, e che l’unica possibilità che avevo per cercare di uscire non solo indenne, ma possibilmente anche migliore da quest’esperienza sarebbe stata quella di evitare ogni tipo di paragone con le lezioni in presenza e ripartire (quasi) da zero.
Come tutti noi, ero abituata ad arrivare nelle scuole ed accogliere gli allievi in uno spazio “protetto”, pensato per contenere ed incentivare un rapporto di fiducia, curiosità e crescita personale, un luogo dove il giudizio è messo, volontariamente, inizialmente da parte per fare spazio all’osservazione, e dove ogni suono “strano” viene preso in considerazione come parte di un percorso, di cui mostrare al mondo esterno solo il risultato finale.
Da un giorno all’altro noi insegnanti ci siamo ritrovati ad entrare nelle case dei nostri allievi, conoscendo, come è giusto che sia, poco o niente di ciò che avviene al di là del riquadro della nostra videochiamata: ci siamo ritrovati a chiedere loro di eseguire scale, vocalizzi e brani, ma soprattutto di mostrare i loro errori e le loro fragilità alle orecchie di familiari, parenti e vicini di casa, non posso fare a meno di pensare cosa sarebbe successo se fosse capitato a me.
Da questa considerazione, mista ai più ovvi problemi dovuti ad alcune connessioni internet non proprio velocissime e all’onnipresente latenza, ho tentato di spostare il focus della lezione sullo studio di tutto ciò che si possa oggettivamente definire “giusto” o “sbagliato” senza che vi sia il coinvolgimento di una componente troppo personale: intervalli, scale, tonalità dei brani, strutture, repertorio da scegliere. Naturalmente, a seconda delle varie situazioni, ci sono stati anche allievi che sono stati molto felici di cantare, anche amplificati con casse e microfoni dentro casa.
Da questo nasce la mia seconda considerazione: mi sono resa conto di quanto, come sempre, sia fondamentale (almeno per me) comunicare con gli allievi in modo diretto, chiedendo loro un continuo feedback sulle loro sensazioni, poiché se è vero che chiunque insegni è stato ed è, in prima persona un allievo, un cantante o un musicista, è anche vero che ciò che funziona per noi non può funzionare per tutti, ed avere degli allievi presenti e concentrati sull’ascolto e la percezione di ciò che fanno si rivela, durante le lezioni online ancor più fondamentale.
Chiudo questa piccola parentesi personale e didattica con un sentito ringraziamento a tutti i miei allievi che hanno dimostrato una curiosità, una collaborazione, un’entusiasmo ed uno spirito di adattamento incredibili, se questo termine che va tanto di moda non continuasse a ricordarmi un pezzo di ferro deformato dall'urto direi che il miglior esempio di resilienza che abbia visto in questo periodo difficile siete stati voi.

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In foto: il laboratorio vocale della scuola "I Love Music". Non potendo cantare insieme per ovvi motivi di latenza e controfase abbiamo modificato i nostri incontri con nozioni ed esercizi di teoria musicale, "gare" online sul riconoscimento degli intervalli, ear training, trasporto dei brani nelle tonalità più adatte, studio delle strutture e delle armonizzazioni vocali.

Back in the saddle - Lezioni Online - Considerazioni (Parte 1)

Premessa: chi mi conosce sa quanto, purtroppo, il dono della sintesi non mi appartenga, per questo motivo, al momento della pubblicazione ho deciso di dividere questo articolo in due parti.

PARTE 1

Ciao a tutti, e bentornati su questo blog.
Se qualcuno di voi fosse capitato su questa pagina negli ultimi mesi, si sarebbe probabilmente accorto di quanto, come per molte persone, sia difficile anche per me mantenere aggiornato con costanza un blog o un sito internet: vi chiedo scusa per la mia assenza, e prometto che farò del mio meglio per garantire a chi legge una maggiore continuità.
Vi scrivo durante gli ultimi giorni di questo periodo di quarantena per raccontarvi la mia esperienza di didattica online, come sempre curiosa di conoscere il vostro punto di vista su questo argomento.
Le cose da dire sono tante, e spaziano da un piano più strettamente pratico (connessione internet, latenza, programmi da utilizzare) a quello più umano e "mentale": come sempre cercherò di essere sintetica, come sempre, probabilmente, non ci riuscirò.
Ringrazio in anticipo chiunque di voi decida di continuare questa lettura.

Il fattore pratico: connessione internet, hardware e software utilizzati.

Devo ammettere che quando si è prospettata la possibilià/necessità di convertire, per un periodo, le classiche lezioni di canto in lezioni online, ero talmente preoccupata ad immaginare lo svolgimento della lezione, che ho affidato la parte legata alla connessione internet di casa a mio marito, musicista e didatta, che da ormai dieci anni è abituato a dare lezioni di chitarra online ad allievi in ogni parte del mondo. La soluzione è stato il cavo ethernet: due cavi lunghissimi, che partissero dal modem (in camera da letto) fino ad arrivare nello studio di Vincenzo (il primo) e nel salotto dove ho il mio computer sul piano (il secondo). Ci si fa il limbo dentro casa, diventano un incredibile passatempo per gli animali domestici, intrecciano meravigliose storie d'amore con il filo dell'aspirapolvere portando il tuo povero modem ad un passo dal "volo dalla scrivania", ma funzionano. Dimenticatevi ripetitori Wi-Fi ed apparecchietti da attaccare alla corrente, se volete una linea internet veloce cercate il cavo ethernet più robusto che trovate e attaccatelo direttamente dall'uscita del modem al computer con il quale vorrete collegarvi, e sappiate che proprio perché si tratta di un cavo molto robusto, cercare di "domarlo" con canaline che prevedono angoli a 90 gradi sarà del tutto inutile. Tanto vale lasciarlo a mezz'aria in pieno corridoio, aprire le finestre e stenderci i panni.
Per quanto riguarda il fattore hardware, qui ho qualcosa di più interessante da dirvi.
Partendo dal presupposto che probabilmente la maggior parte dei miei colleghi possiederà una scheda audio esterna, vi suggerisco di usare lo stesso microfono e la stessa scheda che usereste per delle preproduzioni "casalinghe" dei vostri brani: in questo modo lavorerete con strumenti ai quali siete già abituati, usando la semplice accortezza di allontanare un po' il microfono da voi nel momento in cui dovrete utilizzare uno strumento con cui accompagnare dei vocalizzi.
Personalmente, nei primi giorni di quarantena mi sono lasciata tentare dall'acquisto di un microfono usb a diagramma polare variabile al quale mi sono subito affezionata: si tratta di Blue Yeti Black, facilmente reperibile online (anche riconzionato, ad un costo ridicolo rispetto al nuovo!). Importantissimo per tutti i colleghi che, come me, lavorano da casa in cuffia: trovate il modo di aver un ascolto diretto della vostra voce! Sappiamo tutti benissimo cosa significherebbe trovarsi dopo un'ora di lezioni con la voce a pezzi per aver inconsapevolmente "urlato" indicazioni per ore ai nostri allievi... e non veniamoci a raccontare che saremmo in grado di mantenere il giusto tono di voce per tutto questo tempo e con le orecchie isolate dalle cuffie, perchè la concentrazione ed il mestiere aiutano, ma siamo esseri umani!
Prima di passare alle considerazioni più strettamente didattiche, vorrei spendere due parole sui software: ho tenuto e continuo a tenere lezioni sia su Skype che su Zoom (comprese quelle del laboratorio vocale, come vi racconterò più tardi), e personalmente ho notato una grandissima differenza. Se con Skype mi sono spesso trovata davanti ad alcuni limiti, le possibilità di condivisione di zoom, con il quale è possibile condividere video ed audio non solo dal proprio computer, ma da altri dispositivi (tablet e smartphone), hanno reso le mie lezioni decisamente più dinamiche ed interattive.
Se doveste anche voi aver voglia di provare questo programma (disponibile gratis nella versione basic sul sito ufficiale), vi lascio qui sotto il link di un video tutorial (in ingelse) dove troverete degli ottimi consigli su come "settare" il vostro audio per renderlo il più possibile adatto ad una lezione di musica.
Buon divertimento!


https://www.youtube.com/watch?v=eb5dg98cSEM


In foto:
La mia postazione per le lezioni online, il microfono usb Blue Yeti è attaccato ad un supporto  esterno (grazie per la dritta alla mia allieva Roberta!) ed ha anche un'uscita cuffie, regolabile, dalla quale ascoltare sia la propria voce che l'audio del computer.

(To be continued...)


"Quella volta in cui sui social ti hanno scritto che fai schifo..."

Avevo il mio articolo pronto. Con tanto di foto e citazioni.

Avevo deciso di parlare di estensione vocale, e della sua più o meno determinante importanza nei vari generi musicali.

Avevo pronta, qui sul desktop del computer, una bella digressione storica su questo argomento, uno di quei paragrafi con cui sei sicuro di fare bella figura, dopo tanto tempo passato a scrivere, rileggere, cancellare e correggere.

E invece ho deciso di parlare di un argomento piuttosto spinoso, ed ho deciso di parlarne qui sul blog, scrivendo di getto tutto ciò che mi passa per la testa, errori compresi: parlo dei cosiddetti “haters” e dei loro commenti al limite della civiltà sotto i video di persone che cantano e suonano.

Conoscendo la mia tendenza ad andare completamente fuori tema, e la mia attitudine ad una certa logorrea condita di improbabili esempi e similitudini, ho deciso, in rispetto di chi deciderà di leggere queste poche(?!) righe, di attenermi allo schema che ho usato nel precedente post.

Ecco a voi le tre cose che vorrei che ogni cantante/musicista/allievo tenesse a mente davanti ad un commento spregevole.

1. Un commento offensivo, da chiunque venga mosso, non definisce mai il proprio destinatario ma, molto spesso, la dice lunga su chi sia il mittente.

E’ così: hai quindici, venti, o magari trent’anni, e tutto ciò che sai è che cantare ti fa stare bene. Casualmente, finisci per scoprire che la cosa fa star bene anche chi ti ascolta e cominci a far girare i video delle tue performance. Magari sei fortunato, sei talmente preso da questa sensazione così piacevole da non farti scalfire da quello che leggi, magari conosci i tuoi limiti e ci convivi serenamente, magari a volte provi a spingerti oltre, animato da pura curiosità.

O forse no, forse sei sempre alla ricerca di qualcosa di diverso, qualcosa di cui nemmeno sei sicuro, forse sei ancora lì, al semaforo rosso, che sbraiti come un pazzo in macchina perché il ritornello di quel brano appena passato alla radio ti sembra troppo alto, e sei talmente sicuro di essere tu quello sbagliato che non solo non ti sei accorto che stai cantando sopra ad una cover eseguita un tono e mezzo sopra l’originale ma hai anche superato il bivio per il supermercato.

E allora magari pensi a quel cretino che su internet ti ha scritto che la tua esecuzione è inascoltabile, ed è un’offesa per la musica e per le orecchie, pensi che in fondo sarà pure un cialtrone ma magari tutti i torti non li ha, che probabilmente non sei tagliato per questo.

Ricordatelo bene ogni volta che ci pensi: questi commenti sono la cosa più lontana che esista dall’obiettività, sono il semplice frutto di una vita piena di fallimenti e frustrazioni.

Fortunatamente, non la tua.

2. Una cosa è l’onestà, ben altra cosa sono le offese gratuite (e no, non siamo tutti alla ricerca di consigli non richiesti).

“Ma allora cosa dovrei fare? Mentire e riempirti di complimenti finti come fa tanta gente? Io almeno sono onesto e dico quello che penso…”

Ed eccola lì, “l’onestà intellettuale”, quelle due paroline magiche dietro alle quali sempre più persone, sui social network e non, nascondono la loro malcelata ed ingombrante maleducazione.

Questi commenti sono la versione evoluta, finto-amichevole e molto spesso molto più subdola dei semplici insulti. Chiariamo una volta per tutte questo concetto, caro amico dall’animo “sincero” che ti sporchi le mani per il mio bene, facendomi notare quanto il mio lavoro possa risultare goffo ed inappropriato davanti ai tuoi occhi di esperto del settore: non sono qui per cercare il tuo consiglio, né la tua approvazione; se un giorno mai dovessi avere bisogno di un tuo parere, credimi, sarò io stesso a chiedertelo, ben felice di ricevere i tuoi onesti, dettagliati e disinteressati pareri e consigli in forma privata, ma fino a quel momento, ti esorto a considerare l’astensione come un comportamento non solo possibile, ma anche estremamente utile.

3. Non è uno scherzo

“Ma quante storie per un commento negativo, lasciali stare, tu lo sai benissimo di valere di più”.

Tutte affermazioni più che sensate, ma permettetemi un momento di sottolineare un’ovvietà: i commenti di questo tipo sono quasi sempre pubblici, le parole di scherno nei confronti di chi ha pubblicato un contenuto di qualsiasi tipo sono sotto agli occhi di tutti.

Per ogni lunga schiera di amici, colleghi ed addetti ai lavori la cui opinione non verrà minimamente scalfita da un commento denigrante esiste una massa di persone che non ha né il tempo, né la voglia né tante volte la competenza necessaria per capire ciò che ha davanti. Fermarsi ad ascoltare e riflettere richiede una certa dose di energia e concentrazione, e per molte persone è molto più semplice decidere di farsi (più o meno consapevolmente) influenzare dai primi commenti letti sotto ad un video/foto/registrazione.
Non dimentichiamoci che chi lavora con la musica e con l'arte VIVE di questo, e per quanto possiamo far finta di niente, un commento denigrante può danneggiare l'immagine pubblica di qualcuno.

Non sottovalutate mai il vostro lavoro e la vostra arte. Non fatelo con quella degli altri.

Si campa bene lo stesso, potete fidarvi.

P.s.
In foto, la mia classica reazione ai commenti negativi

I wanna Jam it With you: una brevissima digressione “storica" e cinque pratici consigli per partecipare ad una “Jam session” e sentirsi come a casa.

Jam Session. Croce e delizia di musicisti e cantanti.
C’è chi le vede come un’irrinunciabile esperienza di formazione musicale, chi come una semplice occasione di scambiare due note con amici e sconosciuti, e chi invece preferisce starne alla larga, considerandole un inutile spreco di tempo.
In questo caso, chi vi sta scrivendo ne è un’assidua ed entusiasta frequentatrice, che dopo aver girato i locali di mezza Roma, si è servita di questi meravigliosi eventi per trasformare il suo viaggio di nozze negli U.S.A. in una vera e propria “maratona di condivisione musicale” con gli artisti del luogo.
No, non ho intenzione di tediarvi anche oggi con il racconto della mia vita, ma visto che ho sempre mal sopportato chi pretende di dare lezioni su argomenti di cui ha sentito parlare per sbaglio dal vicino di casa al telefono, ritengo opportuno specificare che i consigli che mi sento di darvi sono il semplice frutto di una serie di considerazioni, esperienze e, soprattutto, figuracce che la sottoscritta ha sperimentato sulla propria, mai troppo dura, pellaccia.
Partiamo dunque dal principio: cosa intendiamo per “Jam Session”?
Per evitare le mia proverbiale logorrea copio qualche riga direttamente da Wikipedia:

 "Una jam session è una riunione (regolare o estemporanea) di musicisti che si ritrovano per una performance musicale senza aver nulla di preordinato, di solito improvvisando su griglie di accordi e temi conosciuti (standard). Il termine, che probabilmente deriva da "Jamu", una parola Youruba (Africa occidentale) che significa "insieme in concerto", è nato negli anni venti negli ambienti jazz, e si è poi diffuso anche nel rock e, più tardi, nell'Hip Hop. Una jam session può avere lo scopo di intrattenere un pubblico ma può anche essere un ritrovo di musicisti che hanno così l'opportunità di provare nuovo materiale musicale e mettere alla prova la loro abilità di improvvisatori in confronto con altri strumentisti; a volte è semplicemente un ritrovo sociale. Alle jam session possono partecipare musicisti di tutti i livelli e possono avvenire in locali privati o pubblici.”
E adesso veniamo al dunque: ecco cinque pratici consigli che potrebbero essere utili a chi decida di provare quest’esperienza per la prima volta.

 1) Saper scegliere

Come per ogni serata di musica dal vivo, anche per le Jam Session esiste una discreta varietà di generi musicali tra i quali scegliere, dettati, molto spesso, dalle scelte artistiche e dal pubblico del locale che le ospita.
Va da sé che il primo requisito per trovarsi a proprio agio sul palco di un evento simile è quello di scegliere la serata che più si avvicina al vostro genere musicale di riferimento: presentarvi ad una Jam Session in un Jazz club senza avere la minima conoscenza di cosa sia uno standard potrebbe essere, ad esempio, il preludio di un fallimento annunciato.
Suonerà banale, ma se non siete certi di quale sia il genere musicale proposto dai musicisti della resident band, la miglior cosa da fare potrebbe essere quella di presentarsi, la prima volta, solo come ascoltatori: siate cordiali, bevetevi una birra e “rubate” con occhi e orecchie tutto ciò che potete, cercate di fare caso non solo al repertorio che viene eseguito, ma anche al numero di brani suonati per ogni cambio palco e, con un po’ di malizia, anche alla “preparazione media” e alla cordialità dei musicisti, siate onesti con voi stessi e non scoraggiatevi se vi sentite ancora come un pesce fuor d’acqua, questa sensazione vi abbandonerà senza che voi nemmeno ve ne accorgiate, dopo un paio di esibizioni.

 2) Arrivare preparati (e puntuali)!!

Una volta finito il vostro “giro di ricognizione” e scelta la situazione più adatta a voi, cominciate a pensare ai brani che potreste prepararvi, e mettetevi al lavoro: a questo proposito ho tre raccomandazioni per voi.
La prima è quella di scegliere dei brani semplici, con una struttura lineare e pochi accordi (un’ottima scelta potrebbe essere quella di un paio di blues “classici”), possibilmente da eseguire in tonalità originale*, cosa che faciliterà non poco i musicisti che suoneranno con voi, ricordatevi che non c’è nessun bisogno di “strafare” soprattutto all’inizio!
La seconda, proprio a proposito di tonalità: abbiate cura di conoscere sempre la tonalità in cui eseguite un brano, e ricordatevi che non siete al karaoke e che chi suona con voi non è tenuto a conoscere la tonalità di partenza della base musicale sulla quale vi siete esercitati, non è divertente coinvolgere chitarristi, bassisti ed eventuali pianisti nella "caccia al tesoro" per indovinare il significato recondito di “Sweet Home Chicago + 3” o “Summertime versione Tori Amos in quel concerto del ’92” , affidatevi piuttosto ai vostri insegnanti, colleghi più esperti, o amici musicisti per sapere cosa chiedere alla band che vi sta accompagnando.
La terza è quella di prepararvi almeno il doppio dei brani che andrete a suonare (es. se lo spazio riservato ad ogni band è di due brani, preparatene almeno quattro): quest’accortezza vi sarà di aiuto nel momento in cui uno dei brani che avete scelto venga suonato da un’altra band prima del vostro turno, o che qualcuno dei musicisti sul palco con voi non conosca una delle vostre proposte. Ricordate che la prontezza di riflessi e l’elasticità mentale sono doti molto apprezzate in una serata dove molto spesso gli organizzatori finiscono per fare delle vere e proprie lotte contro il tempo per permettere a tutti i partecipanti di suonare, e tal proposito, permettetemi di far presente che molto spesso in questi eventi si suona in ordine di arrivo: la puntualità sarà dunque la vostra miglior garanzia di successo!

 3) Il temibile momento del “cambio palco”

Parlando di rapidità, mi soffermerei un istante sul momento del cambio palco: siete appena saliti, i musicisti si presentano ed insieme si decidono i brani; sì, ma quante probabilità avremmo di avere un buon rientro di suono sul palco? Ve lo svelo subito: pochissime.
Il microfono non sarà il nostro e se, magari, i più "igienisti" fra di noi non provassero grande entusiasmo nell’appiccare le labbra alla capsula dell’Sm 58 di turno contenente gli “sputazzi” di un numero di persone tale da far sfigurare anche la più spaventosa folla di un Eliotiano London Bridge, mi troverei costretta a far loro presente che, purtroppo, anche il presunto equilibrio di suoni raggiunto dalla resident band durante il soundcheck potrebbe essere ormai diventato un lontanissimo ricordo.
La parola d’ordine in questo caso sarà “equilibrio”: un rapido cenno al fonico o una richiesta gentile sono doverosi segni di rispetto per la nostra voce, ma ricordiamoci sempre che la serata non è nostra ma di tutti, e cerchiamo di arrivare preparati ad adattarci a ciò che troveremo, in fondo il nostro primo scopo è quello di condividere musica e divertirci, accontentiamoci di quel poco di ascolto in spia che siamo riusciti ad ottenere, e rimandiamo ad altre occasioni la ricerca del suono perfetto!

4) Ricordarsi che non è il nostro show privato

Stesso discorso riguarda l’atteggiamento mentre si suona: alzi la mano chi, almeno una volta, si è presentato ad un concerto preoccupandosi solo e soltanto della propria performance, senza dare troppo peso a ciò che succede intorno a sé.
Per quanto mi riguarda, se non fossi troppo impegnata nello scrivere, le alzerei entrambe.
Abbiamo scelto, per un motivo o per l’altro, di cantare, e per quanto possiamo amare la condivisione e i rapporti umani, saremo sempre preoccupati della nostra resa personale e saremo, in un certo modo, il centro stesso della nostra attenzione.
La cosa bella delle jam è che ci insegnano a separarci, per qualche momento, dal nostro egocentrismo, ci obbligano a tenere le orecchie ben aperte per capire e partecipare a ciò che avviene intorno a noi: strutture improvvisate sul momento, cenni di intesa, musicisti che si aggregano “in corsa”, osservare ed ascoltare tutto ciò che succede ci farà rendere conto che no, la musica non si fermerà al nostro primo, piccolo, banalissimo errore.
Lasciate dunque il giusto spazio ai soli dei vari strumenti, (e ricordatevi di quelle meravigliose creature che salgono sul palco accompagnati da strumenti a sei corde: sono probabilmente gli unici che, a livello di egocentrismo, potrebbero battere la reginetta della scuola al ballo delle debuttanti), cercate di capire quando è il momento di rientrare, e non abbiate paura a chiedere spiegazioni.
Ricordatevi che, nel caso in cui aveste deciso di condividere il brano con un cantante più esperto, potrete sempre chiedere di iniziare voi il brano per poi scaricare a lui la “patata bollente” del rientro dopo il solo: alcune dinamiche risultano incomprensibili se spiegate a parole, ma una volta osservata la scena vi renderete conto che è tutto molto più facile di come sembra!

5) Divertirsi, condividere e possibilmente “individuare”.

Ok, i brani sono finiti, è ora di scendere dal palco, e se tutto è andato bene ora ne cantereste volentieri altri ventisei. O magari no.
Qualsiasi sensazione questa esperienza vi abbia lasciato ricordatevi di ringraziare il pubblico, di presentare i musicisti (a patto che ricordiate i loro nomi), e non dimenticate di “individuare”, tra le persone che hanno suonato con voi, possibili “soci” per i prossimi eventi: molto spesso è proprio in queste occasioni che si formano le band!
Non abbattetevi se non vi arrivano riscontri immediati: non sempre il pubblico è così attento a tutto ciò che succede nel locale, le persone sono spesso distratte dai propri pensieri anche durante un concerto, e potrebbe volerci molto tempo prima che qualcuno si ricordi di voi. Cercate, piuttosto, di godervi il resto della serata, e ricordatevi sempre che il palco non è un telefono pubblico a gettoni: non vi è nessuna regola che vieti a due o più cantanti di esibirsi insieme se ne hanno voglia, non c'è nessun bisogno di attendere il proprio turno sostando immobili in un'improbabile fila indiana, e, sopratutto, non è assolutamente considerato disdicevole fermarsi ad ascoltare ciò che le altre persone hanno da dire!

Io mi auguro, come sempre, che la lettura di queste righe sia stata piacevole, e chissà, magari anche di ispirazione per qualcuno di voi, e vi invito a condividere le vostre esperienze ed opinioni nei commenti qui sotto (sì sono attivi, ma bisogna cliccare sul titolo del post!), ci vediamo in giro!!

Keep on Jammin’!

Sara

*piccola postilla sulle tonalità “originali”: ricordatevi che molte band hanno scritto, suonato e registrato la loro musica con gli strumenti accordati mezzo tono sotto e, a meno che non troviamo musicisti disposti a fare lo stesso (non sempre è possibile, dipende dal “settaggio” dello strumento), consideriamo sempre questa piccola distanza. Prendiamo come esempio “Little Wing” di Jimi Hendrix, quella che noi ascoltiamo nel disco, (Hendrix era solito “scordare” la chitarra mezzo tono sotto) è in Mi bemolle minore, ma con un’accordatura standard il brano suona in Mi minore, esattamente mezzo tono sopra.

Foto di Gianfranco Reversi

Perché studiare canto? - Pensieri e riflessioni sullo studio della voce.

E’ domenica: una bimba si sveglia, scende dal suo letto e apre la finestra.

Avrà si e no dieci anni, un po’ troppo alta forse per la sua età e la prima cosa che fa è correre in cucina per fare colazione.

Non se n’è nemmeno accorta, ma prima di tutto questo ha già cominciato a cantare quella canzone che le piace tanto, quella canzone le cui parole restano incomprensibili a chiunque le sia intorno, parole che lei conosce benissimo, che arrivano dirette a lei e la proteggono, la fanno ridere a volte.

Si accorge di star cantando solo quando la voce le si spezza, le succede sempre, e più del mal di gola la fa arrabbiare il fatto che sa che il divertimento sta per finire.

Se si potesse davvero risalire al motivo per cui iniziamo a studiare canto, penso che questo sarebbe il mio.

Ci ho pensato più di una volta, e ancora devo ringraziare chi mi ha spinta a farmi questa domanda.

Forse vi chiederete il perché di un prologo così lungo, o forse qualcuno di voi già mi conosce e lo sa che a volte tendo ad essere un po’ prolissa e chiacchierona.

Il punto è che mi piacerebbe tanto sapere, più che il motivo per il quale ognuno di noi inizia a studiare canto, quali sono le aspettative più comuni rispetto a questa disciplina.

Cos’è che vi spinge a farvi più o meno chilometri per venire a lezione di canto?

Molto spesso mi sento chiedere “fra quanto tempo arriverò a questa nota?” “fra quanti mesi potrò fare questa canzone nella tonalità originale?”, e ancora “ma come è possibile che mia cugina che non ha mai studiato canto fa delle note più alte delle mie?”.

Amici, allievi, lettori del blog, io non sono nessuno per dirvi cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, ma se c’è una cosa che ho imparato sulla mia pelle è che non sono questo tipo di domande a portarci avanti.

Lo so perché me le sono fatte anche io, lo so perché sicuramente al primo momento di sconforto ed insicurezza me ne rifarò di simili, ma magari poi mi ricorderò di avere un po' più rispetto per me stessa e per la mia voce.

Qualunque sia il motivo che vi abbia spinti a cantare, qualsiasi sia la vostra esigenza, qualsiasi sia la vostra musica, vi auguro con tutto il cuore di essere sempre curiosi di quello che la nostra voce ha da offrire, e se è vero che le nostre facce, le nostre storie e le nostre vite sono tutte diverse, perché dovrebbero le nostri voci essere uguali?

Per ora la finisco qui, e vi prometto che nei prossimi post troverete davvero dei consigli utili per il canto e non solo; ma prima di lasciarvi vi ricordo che ogni commento, ogni idea, ogni scambio di opinioni non è soltanto “ben accetto” ma è il vero e proprio il motivo per cui questo blog esiste.

Grazie per il vostro tempo e la vostra attenzione!

A presto,


Sara


P.s.

Sì, quella nella foto sono sempre io, non vorrei sembrare presenzialista, ma almeno nessuno mi denuncerà per i diritti di immagine, e sì, ormai è diventata "vintage" pure la foto sulla destra..